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Il federalismo che non c’è

InPolitica su 28 maggio 2010 a 14:39

La manovra di 24 miliardi del Governo Berlusconi ha stritolato per benino gli Enti Locali e segnatamente le Regioni, ora sul piede di guerra. Le Regioni lamentano, oltre che l’entità dei tagli, anche il fatto che i sacrifici non vengano ripartiti equamente tra gli Enti Locali, dato che la manovra avrebbe lasciato indenni Municipi e Province.

Hanno ragione a lamentarsi di tale “iniquità” le Regioni? Solo in parte. Per la verità molte Province – così almeno si pensava – dovrebbero essere soppresse (almeno quelle sotto i 220.000 abitanti) per quanto ciò sia tutt’ora poco chiaro. Seconda cosa: i Comuni stanno ancora pagando un prezzo altissimo per l’abolizione totale dell’ICI, con grosse difficoltà a mantenere i vincoli di bilancio per i mancati introiti, mai totalmente rimborsati dal Governo che, in pratica, ha fatto ricadere sui Comuni la “bella impresa” di aver tolto una tassa sulla casa. Quindi tutti gli Enti Locali sono già stati toccati, ma in momenti diversi.

Oggi tocca alle Regioni ma, a questo punto, è completamente affossato il mitico “federalismo” sia concettualmente (è assurdo parlare di “federalismo”, specie fiscale, quando lo Stato scarica in periferia tasse e costi per ripianare i suoi conti), sia materialmente (non ci sono più le risorse per farlo).

In tutto ciò, però, emerge da subito una certa distorsione del dibattito, già dal proprio oggetto: dire “federalismo” nel nostro caso è profondamente sbagliato, perché di solito si “federano” istituzioni che stanno lontane, con l’obiettivo di avvicinarle: la parola federalismo deriva dal latino “foedus” che, infatti, significa “patto”. Qui, in Italia, succede l’opposto: istituzioni in partenza unite si vanno a slegare. Per quello che si sta cercando di fare bisognerebbe, semmai, parlare di “decentramento”, di “autogoverno locale”  o, per rispolverare una vecchia formula, di “più forte autonomia degli Enti Locali”. E gli Enti Locali di cui parliamo non sono affatto le Regioni, ma i Comuni e (addirittura…) le Province.

Dall’Unità (anno 1861) al 1970,  la tradizione regionalista non è mai appartenuta al nostro Paese . Nei primi 110 anni di vita del nostro Paese le Regioni non sono mai esistite e solo nell’ultimo quindicennio si è guardato ad esse in termini diversi, specie da quando i “governatori” sono stati eletti direttamente dal popolo. Ma in termini pratici i cittadini avvertono come lontane le loro burocratiche Regioni. Forse non quanto lo Stato centrale, ma sicuramente lontane. Pagare una tassa regionale o nazionale è per certi aspetti più fastidioso che pagarne una comunale, quantomeno perché quest’ultima si può subito vedere come viene spesa. Quando paghiamo una tassa regionale o nazionale non sappiamo mai che ne sarà di quei soldi e dovremo solo sperare che essi tornino sotto forma di finanziamento, magari per un’opera pubblica concessa dalla Regione o da qualche Ministero.

Qualche idea o proposta per un nuovo modello di decentramento?

Un buon autogoverno locale deve far leva, innanzitutto, sui Comuni. Gli italiani sentono l’autonomia degli Enti Locali come qualcosa che deve avvicinare loro le istituzioni. In questo senso il federalismo per gli italiani non è quello che potenzia le Regioni, ma quello che riguarda il loro Comune, il Municipio. Quindi se si volesse fare un buon federalismo (continuiamo a chiamarlo così) si dovrebbe partire dai Comuni e dalle aree metropolitane. In Italia di Comuni ce ne sono tanti, alcuni piccolissimi. Da un punto di vista amministrativo, quindi, si dovrebbero incentivare pesantemente le unioni anzi “fusioni” di Comuni, e dare finanziamenti corposi e autonomia fiscale (ad esempio) solo a quelli sopra i 10.000 abitanti. Si risparmierebbero soldi e la vita economica, pubblica-politica dei nuovi Comuni sarebbe molto più evoluta che nei paesi di 1.000-2.000 abitanti di origine.

Le Province seguono in seconda istanza. Molti dicono sia il caso di eliminarle ma in realtà si dovrebbe fare l’opposto! Le Province sono senz’altro molto più vicine al cittadino di quanto lo sia la Regione; sono molto più controllabili dal cittadino; hanno meno burocrazia rispetto a quella regionale; sono molto più omogenee per territorio, economia e storia: in una parola sono meglio “governabili”. Le Province non vanno eliminate, ma potenziate con gran parte dei poteri che oggi hanno le Regioni (in Italia è stato così per oltre un secolo).  Ad essere limitate, semmai, dovrebbero essere proprio le Regioni. Esse dovrebbero circoscriversi a funzioni di mero indirizzo generale, enti intermedi tra Stato centrale e Province (che le Regioni stesse potrebbero coordinare su alcuni grandi temi “interprovinciali”) con possibilità di gestire solo alcune materie (più delicate e sensibili). Le Regioni smetterebbero così di essere farraginosi centri gestori di spesa e ripartirebbero tutta la loro elefantiaca burocrazia verso le Province e le fusioni di Comuni (che spesso, di recente, hanno registrato carenze in pianta organica, tanto da “sfruttare” LSU-LPU vari). I consiglieri regionali sarebbero quindi ridotti numericamente di un buon 60%, cosa che farebbe funzionare meglio tale organismo e darebbe ai consiglieri stessi più prestigio (pochi ma buoni e rispettati), impegnati solo su materie specifiche e di un certo rilievo.

Posted by Nicrix
(Bαd Dεmoκrατs)

Badolato, 28 maggio 2010

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